"A me interessa il viaggio ma anche le sue diramazioni. A me interessano le sfaccettature e i dettagli. Sprofondare nell'arte suave per riemergere di una sostanza fresca, contaminata dalle opportunità del sentire "marziale". Questo è il mio personale viaggio verso la "nera", questo è il mio piccolo contributo alla comunità del Jiu Jitsu."

mercoledì 1 settembre 2010

Jiu Jitsu? Qin-na, grazie!

Qin-na: anche noi possiamo!
Nessuno può mettere in dubbio del grande patrimonio marziale che la Cina dispone ed ha profuso.
Ora, spuntano fuori anche teorie secondo le quali il Brazilian Jiu Jitsu non è stata di certo la vera rivoluzione...se già lo stile del Qin-Na aveva promosso e diffuso come poter sottomettere un potenziale "nemico" attraverso una pletora di leve articolari anche al suolo.

E dalle foto che tanto odorano di antico (datate 1900), notiamo una certa somiglianza ed affinità con le tecniche giapponesi di lotta.

Non percepisco una vera ostilità o forte critica nei confronti del Jiu Jitsu made in Brazil nell'articolo proposto dal sito Art of War (che vi invito a leggere) tuttavia potrei formulare alcune riflessioni le quali potrebbero essere di complemento all'articolo proposto ma non approfondito e forse volutamente superficiale.

Siamo d'accordo: il Brazilian Jiu Jitsu non è un'arte marziale nata dal nulla e partorita dall'eclettico popolo brasiliano.
Il Brazilian Jiu Jitsu è un'arte marziale che deriva dalle metodiche e dalle strategie di lotta coniate e sperimentate dalla famiglia Gracie. Tale famiglia chiamò il Jiu Jitsu che aveva appreso dal Conde Koma (Mitsuyo Maeda) "Gracie Jiu Jitsu".
Il Conte Coma portò il suo Jiu Jitsu che certo derivava dal Kodokan e da altre forme di lotta, tali forme erano.....ed il Kodokan formulò le tecniche del Judo dalle intuizioni di Jigoro Kano il quale..... e potremmo andare indietro...fino a dove?
E' chiaro che poi il tutto verrebbe inevitabilmente ammantato di leggende e notevoli imprecisioni.
Eppure, ognuno di questi passaggi ha donato nuova linfa vitale ad un sistema che forse necessita appunto di ossigeno per dare il meglio di sè. Come con il vino, l'ossigenazione libera tutti i profumi, i sentori ed i colori che con grazia si sprigionano intensi.

Se ammettiamo che "un pugno rimane un pugno" allora potremmo anche affermare che "una leva rimane una leva", cioè un pricipio applicabile sempre, indipendentemente che il sistema si chiami Judo, Ninjiutsu, Jiu Jitsu, Sambo, Qin-na, Viet-Vo-Dao, Tai-chi, Kajukembo, nattarù, Fu-manchù, Hapsutrummannu, e tanti altri sistemi non meno esotici.
Quindi, che senso ha stabilire un primato? Tra l'altro, molti sistemi o chiamiamole discipline, continuano ad evolversi e tra questi di certo c'è il Jiu Jitsu brasiliano.

Un bravo lottatore di Qin-na o di Sanda riesce ad applicare una leva al braccio al suo avversario? Ottimo ed abbondante. In realtà, per quanto mi riguarda, è lodevole il fatto in sè e cioè che si è raggiunta la vittoria attraverso una sottomissione articolare avvalorando il principio opposto alla percussione.
Ma ciò non dimostra come un principio sia migliore dell'altro e ciò non dimostra che uno stile sia migliore dell'altro.

E' chiaro poi che potremmo affrontare il discorso includendo la necessità di sviluppare le tecniche in base al fine. Ad esempio, il proliferare di tornei, gare e competizioni di BJJ e di Grappling ha reso necessario l'uso dell'ingeno da parte degli atleti che hanno creato nuove tecniche e nuove strategie. Se il fine fosse stato quello di difendersi o in un contesto di difesa personale, beh, avremmo potuto scremare molto dal bagaglio tecnico della lotta.
Quindi, di cosa stiamo parlando e soprattutto, perchè ne parliamo in termini di primati?

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