"A me interessa il viaggio ma anche le sue diramazioni. A me interessano le sfaccettature e i dettagli. Sprofondare nell'arte suave per riemergere di una sostanza fresca, contaminata dalle opportunità del sentire "marziale". Questo è il mio personale viaggio verso la "nera", questo è il mio piccolo contributo alla comunità del Jiu Jitsu."

sabato 13 novembre 2010

Daniel Gracie vs Martin Wojcik

Daniel Gracie
Sgrano gli occhi e continuo a chiedermi "Cosa ho visto?".
Non so bene cosa scrivere e non afferro neanche il motivo per cui dovrei scriverne.
Quindi, lo cercherò nel momento in cui spingo su questi tasti dei versi ancora sconosciuti.
In realtà, il sentimento che ora mi colma è questo "Dove sono i Gracie? Dov'è l'onore della famiglia Gracie?".

La fama che all'inizio degli anni '90 invase gli Stati Uniti e successivamente l'Europa e l'Asia furono proprio le gesta, forse eroiche, di Royce, Rickson, Ralph, Renzo e Royler che con le loro generose performance conquistarono i primi ottagoni dove si contendevano sfide allora al limite del credibile per quanto  erano sfacciatamente reali.

I Gracie erano dirompenti: coraggiosi, solidi, carichi di orgoglio, animati da un fine, il prestigio della propria famiglia e del proprio stile.
I Gracie hanno rappresentato da sempre un marchio, una mistura di tecnica e di coraggio ammirevole che ha ispirato più di una generazione di giovani gladiatori.

Ricordo ancora il volto di Royce al 1mo UFC: concentrato e carico di aspettative. Royce vestiva con il suo kimono immacolato. Una corporatura forse non esile ma sicuramente ben lontana da quella scultorea e marmorea dei molti guerrieri che invadono le arene moderne.
Royce agitava le braccia e con la mano avanzata tastava la distanza dall'avversario per poi piazzare qualche piedata sul ginocchio e finalmente chiudere la distanza. Una chiusura a volte stentata o sofferta, ma tenace, voluta, desiderata con la massima intensità.
Era ciò che i Gracie portavano nel mondo marziale, lo sapevano fare e molto bene.
Rickson non era così diverso ma circondato da un alone di "invincibilità" riportò alcune significativa vittorie in Giappone, la terra dei Samurai e del Jiu Jitsu.
Ralph, più nervoso ed aggressivo, e si impose in alcune edizioni di una delle alternative all'UFC.
Renzo, di grande cuore e carisma, conquistò rispetto in Brasile, negli USA ed in molteplici edizioni del compianto PRIDE in Giappone.
Royler non ebbe la stessa fortuna nelle mma come invece ebbe, meritatamente e non certo per fortuna, nelle competizioni di Jiu Jitsu.
Ryan, che prima non ho citato, era una anima inquieta che usciva dai "canoni" della famiglia seppur intriso di orgoglio e determinazione.
Insomma, guardare i Gracie era come l'annuncio di una guerra: esito incerto ma dispiegamento massimo delle forze.

Ora, guardare le ultima gesta di Daniel Gracie mi debilita. Mi affievolisce. Mi consuma e non di energia.
Non si è mai esaltato e non ha di certo esaltato il pubblico ma come descrivere la sua ultima prestazione all'IFC (Israeli Fighting Championship - 9 novembre 2010)?
Beh, potrei usare le poche parole che conosco e formulare capoversi forse articolati ma nessuno potrebbe nascondere il fatto che io non ho visto un Gracie. Non ho riconosciuto un Gracie.
Il suo approccio è debole, privo di personalità, privo di intenzione e di tecnica.

I Gracie hanno sempre combattuto con il loro Jiu Jitsu per il loro Jiu Jitsu. Sapevano di non essere dei kick-boxer e non volevano esserlo. Studiavano le tecniche di percussione per evaderle e portare il gioco a terra, terreno ideale per esaltare il loro stile.

Daniel è confuso, lento e sicuramente non avvicinabile alle gesta dei suoi predecessori.
E non gli basta un enorme tatuaggio sulla parte alta della schiena, che è quello della scuola di Renzo.
Il cognome assicura la sua provenienza, la sua discendenza ma il carisma è poco acceso e non sono convinto che abbia "eridato" l'orgoglio della famiglia....neppure se venisse a casa mia a sfidarmi per tale commento!

Propongo qui il video del suo ultimo match, contro un non-esaltante avversario, un certo Martin Wojcik.
Io, intanto, mi abbandono al gusto di una birra Asahi, ben più concreta del giovine Daniel.

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