"A me interessa il viaggio ma anche le sue diramazioni. A me interessano le sfaccettature e i dettagli. Sprofondare nell'arte suave per riemergere di una sostanza fresca, contaminata dalle opportunità del sentire "marziale". Questo è il mio personale viaggio verso la "nera", questo è il mio piccolo contributo alla comunità del Jiu Jitsu."

domenica 1 maggio 2011

Nella mente e nel cuore

breve racconto inedito - basato su una storia vera, raccontato da Gian Paolo Doretti
Correva l'anno 2011. A quel tempo, e già da alcuni anni, il popolo della ristretta setta auto-definitasi elitaria delle arti marziali miste, si crogiolava al sole lucente dell'Ultimate Fighting Championship.
Un sole sempre più splendente, reso ancor più fascinoso da una volontà di espansione senza eguali in quegli anni di perdizione politica e morale.
La 129ma edizione dell'UFC era stata allestita con la stessa professionalità dei giocatori di azzardo e dei migliori registi televisivi, coadiuvati da chi, dell'uomo-scimmia, ne conosce profili genetici e comportamentali. 
C'era quindi una folla chiassosa, festante, bramosa; c'erano le luci non domate ed una regia sapiente; c'erano schermi che amplificavano colori e pori respiranti; c'erano gli sponsor, una delle malattie benedicenti del XXI secolo; c'erano giovani ragazze, scelte dal mondo dell'apparenza per l'apparenza, a tenere i fili tesi di una energia sessuale che traboccava di sguardi; c'era una bella gabbia di ferro, un ottagono magistralmente costruito che stuzzicava appetiti di distruzione ed evocate remote ere; e c'erano loro, i moderni  lottatori.
Uomini di corteccia resistente, dediti all'uso delle ancestrali modalità di guerra corpo a corpo, amanti del suono della vittoria, compiacenti nell'arte delle disarticolazioni, volenterosi del pugno chiuso, concentrati sui bersagli ossei come i falchi della loro preda.
Umani conditi di dedizione, avvolti dalla fatica e dal sudore ma mai paghi di vittorie e di rimasugli di onore, disciplina, sopportazione, brama, follia e pillole di una sottile arte della filosofia. La loro filosofia.

Il centro dell'arena si illuminò e concentrò i suoi bagliori sull'uomo al centro, vestito di una abito scuro che lo rendeva simile ad un pacco postale parlante. Un presentatore dal timbro tonante, deciso, articolato per lo spettacolo. Con i tempi già collaudati, egli presentò con accuratezza e sonorità, il programma ed i lottatori entrarono in scena.
Tutto era perfetto: la passerella, il lungo corridoio che tracciava una linea diretta tra gli inaccessibili spogliatoi e l'epicentro dell'ottagono, segnava l'ingresso degli atleti che erano frecce dirette al bersaglio. La musica li accompagnava e vibrava di ottave che scuotevano ed ispiravano, coprivano paure ed acceleravano battiti di cuori all'unisono.
Gli spettatori si alzarono, festaioli gridanti dalle ugole facili ed eccitati ad arte dai media già preparati allo spettacolo, conditi da aspettative simili ad un diabetico davanti al negozio di profumati dolci.

Ma il mio sguardo fu tutto per loro. Ero negli sguardi, non ero nella mia fisicità. Ero nelle fluttuazioni chimiche e nell'intima interconnessione che passa tra l'iride e le elaborazioni cerebrali. Lì, io c'ero.
E come descrivere, ora, un match che coinvolse il cuore e la mente?

Randy Couture e Lyoto Machida, ecco i nomi dei duellanti.

Lyoto Machida, brasiliano di origini nipponiche, era un giovane che fece la sua gavetta per giungere al calore dei riflettori accesi da Dana White, il giocoliere promotore dell'UFC.
Aveva destato curiosità ed ammirazione per il suo stile di combattimento desueto, dal sapore antico, asiatico, come ben visibile era negli apici dei suoi occhi, allungati e semi nascosti. Un ragazzo sano, con ambizioni grandi ma che non cedeva alla grandezza delle lusinghe che molti gli lanciavano. C'era ancora molta strada da fare per guadagnarsi l'onore e lui la stava percorrendo sposando la concentrazione.

Couture, statunitense, aveva compiuto ben 47 anni. Un'età in cui, come ci hanno istruito a pensare, ci si dedica all'arte della disposizione dei fiori o alla pregevole cerimonia del tè non certo a scambiare offese al giovane testosteronico di turno. Ma Couture, eh si, avresti dovuto vederlo, era un uomo con gli attributi di un immortale. Una volontà dentro un corpo ed un corpo che rispondeva alla sua volontà di non cedere, di non cedere mai. Anche in quella occasione, il suo sguardo era sincero, calmo e consapevole anche dentro, immerso in quei frastuoni. Il suo nome echeggia, prolungato, dalla bocca del presentatore e lui rispose alzando un solo braccio, tutto per la folla, a salutarla rispettosamente, senza fasti nè maschere, lanciato con sincerità e sobrietà.

Finirono le presentazioni e gli atleti ebbero modo di scrollarsi ancora le tensioni agitando braccia e piegando il tronco...poi "Fight!", dichiarò l'arbitro. Non ci fu tempo per indugiare. I 2 presero in centro della scena, accompagnati da un suolo di echeggi acustici dei febbricitanti spettatori.

Couture aveva acquisito una esperienza notevole in quelle competizioni ed aveva affrontato e dominato molti atleti. Era un vero atleta e la sua determinazione si vestiva delle millenarie tecniche della lotta greco-romana., uno stile di lotta corpo a corpo che oggi, eh, sarebbe assai difficile spiegarti amico mio. Fasti oramai persi, dimenticati, offuscati.
Randy era lì, ma propose una guardia diversa: più chiusa, più ermetica ed era ben attento alle sue mani, alte a proteggere il volto e decise nell'offendere quando si fosse presentata la possibilità.
Io non avevo dubbi: Randy ci mostrava come fosse possibile crescere anche quando gli anni distruggono cellule senza avere l'ardore di costruirne altre. Ecco, Randy era l'esempio di quello che avremmo potuto fare. Per me Randy ci suggeriva cosa avremmo dovuto fare. Si, lui era un esperimento vivente di connubio tra mente e cuore.
Lanciava le sue bordate ma il suo avversario, Machida, era reattivo, dannatamente reattivo.
Aveva quest'ultimo una calma interiore che non rallentava i movimenti. Ne eravamo a conoscenza tutti: il giovane era stato un campione di Karate, un appassionato sostenitore dello stile Shotokan, e ne aveva ereditato le guardie, l'occhio vigile per la distanza, i movimenti del tronco essenziali, rapidi, quasi fuggitivi. Non tutti però erano a conoscenza delle sue qualità nelle tecniche di di lotta, che invece il giovane possedeva poiché avvezzo al Jiu Jitsu brasiliano, al grappling e persino al Sumo. No, non era affatto da sottovalutare quel ragazzo! Aveva una grande fiducia nei suoi mezzi ed un amore profondo per le tradizioni che egli rappresentava.

Scambiarono colpi ed alcuni andarono a segno ma nessuno di questi, per l'intera durata del 1mo round, fu decisivo. Mi emozionai, però, nel constatare quanto cuore e quanta mente c'era in quel match.
Le strategie esistevano, ma erano state sconvolte seppur pianificate.

Randy era sì un fortissimo lottatore con una capacità atletica considerevole, ma aveva ora acquisito discrete capacità balistiche e poteva risolvere il match in piedi.
Machida era si molto preparato nelle tecniche di percussione, un folletto dentro l'ottagono, ma era anche un bravo lottatore che avrebbe potuto punire chiunque una volta al suolo.
Dunque, come avrebbero impostato il 2ndo round?

ecco, la tecnica della gru
Era il 1984. Allora l'interesse per le arti marziali, le arti di Marte, dio della guerra (anche se in realtà Marte era venerato come dio del tuono, della pioggia, della natura e della fertilità), era sopito, decisamente appannato. In quell'anno, però, proiettarono nelle sale cinematografiche un film che fece un enorme successo e risvegliò attenzioni ed intenzioni. Il film si chiamava "Karate Kid - per vincere domani". Un film che venne etichettato come genere commedia/sportivo-action ma che strizzava l'occhio alla sapiente cultura dell'Asia orientale, rendendola fruibile alla moltitudine delle famiglie, quest'ultime più propense all'avanzare dello Yuppismo che al lo studio dei moti umani.
Ebbene, in una delle scene più emozionanti del film, Daniel, il giovane protagonista della storia che affronta  diversi avversari in un torneo di Karate, prende un bel respiro e si ferma, impostando la figura della Gru, una micidiale tecnica appresa dal suo maestro Miyagi. Il match è quello decisivo: la finale del torneo.
Daniel ferma la mente, la connette al cuore ed avrà la sua spettacolare rivincita contro un avversario che personifica la sozzura delle arti marziali, l'esaltazione dell'ignoranza e l'avidità della collera.
Come appunto recitava la locandina del film, Daniel apprese che "...il segreto del Karate risiede nella mente e nel cuore, non nelle mani.".

Oh, non sai cosa successe quella notte. Quella notte del 2011 in cui si affrontarono Randy Couture e Lyoto Machida. Eravamo in molti e nascosto tra la folla, quella invisibile ma presente, c'era sicuramente Miyagi e Daniel. C'erano, e silenziosi hanno ammirato Machida impostare velocemente la tecnica della Gru. Machida lanciò la Gru e questa si abbatté sul mento di Couture, il quale cadde al suolo come folgorato.
Non avevamo dubbi: il Karate mostrò di nuovo la sua eleganza, la sua tradizione, la sua efficacia.
Con rispetto, Machida abbracciò il suo avversario il quale gli riconobbe la vittoria ricambiando con rispetto, come il cuore di ogni vero guerriero dovrebbe esserne colmo.
Una bella fotografia, degna di rispondere alle esigenze del più vivido sogno Hollywoodiano.
Ma degno anche di risvegliare quel profondo sentimento di ricchezza, che sta nella diversità delle moltitudini degli stili di combattimento che l'uomo ha elaborato, cresciuto, diffuso, ampliato, coltivato.

Machida con il suo Karate, ha scardinato un poco di quelle convinzioni che con forza affermano che il passato non abbia valore, che la modernità ha sepolto culture, conoscenze e visioni di epoche lontane.
Oh no, Machida è stato l'esempio di quel filo, il filo diretto che porta l'acqua alla fontana dell'ispirazione, quella in cui mente e cuore trovano un luogo prediletto.

Sono passati molti anni, agoni di storia ma quella notte non ci furono solo atleti, non furono i loro corpi che esaltarono strategie di lotta; quelle, ragazzo, erano gesta scaturite da imperturbabili menti che sarebbero però state nulli, vane, vuote, assenti, incolori senza i potenti movimenti del cuore.

Suvvia, non perdiamoci in chiacchiere! Devi ancora apprendere la sottile arte della lucidatura delle macchine!

«Prima lava tutte le macchine. Poi le lucidi, con la cera. Devi dare la cera con la mano destra e la devi togliere con la sinistra. Dai la cera, togli la cera. Il respiro lo prendi con il naso e lo emetti dalla bocca. Dai la cera, togli la cera. Non dimenticare il respiro é molto importante.»
(Maestro Miyagi durante gli allenamenti di Daniel)

Era il 2011.....non ricordo il giorno, ma ho ritrovato quell'incontro:

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