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| Sincerità |
Ho espresso e condiviso ai ragazzi quella che io definisco un "auto-da-fè" oppure, suona meglio, una intima confessione che non è figlia dell'ipocrisia ma di una esigenza.
Una esigenza che esprimeva la volontà di non erigermi come figura di istruttore poiché evidente che io non lo sia, ma soprattutto la sincerità nell'esprimere la volontà ed il desiderio di essere ancora un praticante, finché le ossa ed i tendini me lo permettono.
Ho scoperto che non è facile conciliare l'insegnamento (quello responsabile) con la pratica (quella vera): o si presta attenzione all'uno o all'altro. La via di mezzo non soddisferebbe nessuno, almeno in questo momento.
Sinceramente, non so in quanti abbiano capito le mie intenzioni ma di questo non posso preoccuparmene, me ne devo solo occupare. Nel senso che mi devo accertare che il mio messaggio sia stato chiaro e questo posso farlo esplicitando le mie azioni.
D'altra parte, un chiarimento con tutti doveva necessariamente avvenire, poiché si dovrebbe comunque avere il coraggio di affrontare le proprie responsabilità prima ancora di metter piedi su un tatami.
Vestirsi con una cintura di alto grado non serve a nulla se il corpo che la porta non è ben annaffiato dalla logos e dal pathos.
Ed è proprio un atto di responsabilità quello che ho affrontato.
La forma di correttezza è soprattutto nei miei confronti e di riflesso nei confronti di chi ha seguito le mie idee.
Questo non vuol dire che ora non posso sopportare (o supportare) altre responsabilità, ma di sicuro quelle che sono in linea con la mia natura e con i miei desideri, pur impermanenti che siano.

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