Lo spunto è stato generato dalla lettura di un articolo riportato sul sito del Fijlkam.
Il tema era "Attenzione al calo di peso", ma ciò che mi ha colpito, e a quanto pare non solo me, è l'ultimo capoverso che riporto per intero "La Federazione vuole ribadire che Atleti psicologicamente sereni e fisicamente integri possono certamente esprimere al meglio il loro potenziale agonistico e che il ruolo di ciascun tecnico è in primis quello dell’educatore, ruolo che impone di anteporre la tutela della salute dei nostri ragazzi a qualsiasi considerazione di tipo competitivo.".
E' la parola educatore che il messaggio della Federazione desidera amplificare ed è la stessa parola che ha richiamato l'attenzione delle mie orecchie e delle mie interpretazioni.
La "pratica" del peso è una delle prove più impegnative a cui si sottopongono gli atleti per entrare nelle categorie di peso che più si addicono al loro livello competitivo. A dir la verità, gli atleti cercano di raggiungere il peso di una categoria dove credono di poter ottenere un risultato positivo e spesso non è esattamente la categoria più idonea a preservare il loro equilibrio psico-fisico.
Ora, senza entrare in merito a tute le nozioni sportivo scientifiche riguardo la pratica della perdita del peso è su un altro aspetto che mi voglio prodigare.
La stessa Federazione lancia quindi un allarme: esistono atleti che non mostrano un equilibrio psico-fisico, che molti tecnici non sempre sono anche educatori e che spesso antepongono i propri interessi (o quelli del team) alla salute dei propri allievi.
Il capoverso sembra quindi suonare in questo modo: "Ricordatevi che la pratica dell'arte marziale è una espressione di benessere psico-fisico e questo equilibrio non deve essere necessariamente forzato da pratiche estreme solo per il conseguimento di un risultato sportivo".
Lodevole, quindi, che la Federazione si esprima con decisione e vigore e ci richiami ad un "uso" più attento e più profondo della nostra arte marziale (preferita).
Ma, l'appunto che potrei rivolgere alla Federazione, è un appunto tecnico: cosa vuol dire essere un educatore e come si raggiunge tale livello oppure tali capacità?
Ho sempre avuto l'impressione, sin da quando ero 20enne, che la persona che mi trovavo come guida "marziale" non fosse poi così speciale ed anzi mostrava dei lati del carattere piuttosto ordinari soprattutto quando questa veniva messo sotto pressione dalle vicissitudini della vita. Mi è capitato spesso incontrare guerrieri sul ring che appena venivano lasciati dalla ragazza sprofondavano nella disperazione più totale fino a commettere atti poco dignitosi quando non folli. Mi accorsi che mancava una connessione tra ciò che si crede di manifestare e ciò che realmente si è e dunque sintetizzai che forse le arti marziali non erano poi così utili ad acquisire una disciplina straordinaria se notavo quelle manifestazioni ordinarie nei miei maestri dentro e fuori il tatami.
Dunque, l'autorità dettata dalla cintura - il più alto grado - non conferisce automaticamente virtù e capacità di guidare materie umane verso vette più alte.
Desidero qui riportare l'etimo della parola educàre: "dal latino EDUCARE, comprensivo della particella e, da, di, fuori e ducàre per ducere, condurre, trarre. Aiutare con opportuna disciplina a mettere in atto, a svolgere le buone inclinazioni dell'animo e le potenze della mente, e a combattere le inclinazioni non buone: condur fuori l'uomo dai difetti originali della rozza natura, instillando abiti di moralità e di buona creanza.". E ci pare poco?
Quanti di noi son capaci o abilitati a ciò? Per essere un educatore occorre quindi aver compreso la rozza natura ed aver fatto sforzi per superarla, quantomeno.
Occorre necessariamente aver compreso quali siano le buone inclinazioni, il significato di moralità e buona creanza. E ci pare poco?
Ci vogliono vite intere e a volte non bastano neppure.
Ci vuole un grande intenzione e grande dedizione, pari a quella profusa al conseguimento di un risultato olimpico e qualora fossimo inebriati da questo scopo il risultato non sarebbe certo.
Quindi, quante persone si dedicano a questa "attività"? Poche, di sicuro.
Dunque, che fare? Semplice, ci dedichiamo all'attività sportiva, all'attività agonistica che è quella più abbordabile, quella in cui le nostre responsabilità sono sopite e mal gestite. Anzi, avere la possibilità di guidare un gruppo ci dà spesso la possibilità intrinseca di sviluppare ancor di più il nostro ego e coccolare le nostre rozze abitudini. Arroganza, superficialità, irresponsabilità, collera, avarizia, aridità, pavidità sono attitudini presenti in dosi massicce in chi non si prodiga in uno sviluppo armonioso del proprio essere.
Demandiamo alla società o ai genitori dei nostri allievi o alla scuola il compito di formare un pensiero costruttivo, atteggiamenti costruttivi per sé stessi e per la società.
Quindi, mi aspetto che la Federazione - o le Federazioni - ci istruiscano sulle modalità per raggiungere uno stato tale da poter essere utili a noi stessi e ai nostri allievi altrimenti è quasi facile scrivere che un tecnico è in primis un educatore senza dar poi dar voce a cosa vuol dire essere un educatore.
Allora molti di noi cosa fanno? Acquistano libri e dvd e si ispirano ai Samurai o ai guerrieri del medioevo nipponico oppure ai Sifu leggendari; altri si ispirano alla teologia, ai credo politici o ai trattati filosofici. Ma lo facciamo - sempre più spesso - con superficialità. E molti di noi, per non cadere nell'imbarazzo di essere giudicati dei poco di buono, dei deboli, dei filosofi, dei rammolliti privi di testosterone, denigrano l'aspetto della ricerca interiore sintetizzando che in fondo l'arte marziale prevede le mazzate, la sfida competitiva, il gesto atletico e nulla più.
Stiamo tutti andando verso quella direzione?
In un video, Cesare Barioli, figura storica del Judo italiano, dichiara solenne:
"Il Judo serve ad imparare a combattere. A combattere cosa, si dice... Le negatività della vita.".

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